
"The Gioconda" tratto dal "Corriere Fiorentino" di domenica 23 Marzo 2008
Anche il re d'Inghilterra volle vederla
E' una strana sensazione trovarsi nella piccola stanza, che guarda su un'altrettanto piccola corte, dove l'11 dicembre 1913 fu recuperata l'opera d'arte pi famosa di tutti i tempi.
La sensazione è ancora maggiore perchè qui con noi, in questo piovoso pomeriggio di Primavera, insieme alla giovane proprietaria dell'albergo "La Gioconda", c'è l'Ing. Silvio Peruggia, nipote dell'uomo che per 2 anni tenne con sè, come una giovane amata, ben nascosta o piuttosto come uno strano balocco, o come un ostaggio, nientemeno che la stessa Monna Lisa, che proprio qui dietro a pochi passi aveva vissuto la sua vicenda terrena, in Via della Stufa, come dicono le recenti scoperte fatte dall'amico e storico Giuseppe Pallanti.
Silvio è straordinariamente somigliante al nonno, un sorrisetto ironico sotto i baffetti, risponde alla mia battuta, che gli fa presente con quanta facilità stacca dal chiodo la copia del celeberrimo ritratto, per essere fotografato nella ormai famosa stanza 20, dove una targa ancora ricorda che proprio lì, dentro una scatola nascosta sotto al letto, tra vecchi vestiti e scarpe trasandate, avvolta in un telo e ben legata era celata la Gioconda.
Sono molte le coppie di fidanzati, mi dice la Dott.ssa Tanja Li Pira, proprietaria dell'hotel, che chiedono di dormire in quella stanza; addirittura una giovane signora l'ha pretesa per la prima notte di nozze. Feticismo? O piuttosto malcelata romanticheria.
E poi frotte di giapponesi, foto ricordo, gite scolastiche, tutti vogliono sapere qualcosa di più.
E quel "qualcosa" di pi me lo racconta Silvio Peruggia stesso, iniziando dall'incredibile e inedito, episodio dell'Ambasciatore Inglese a Parigi.
Ma procediamo con ordine.
"Quando mio nonno Vincenzo morì - dice Silvio - ancora giovane e in Francia dove tornò, cambiando il nome per non essere riconosciuto in Pietro Peruggia, mia madre era ancora una bambina. Mia nonna sposò in seconde nozze il fratello del nonno e si trasferirono anche loro oltr'Alpe. A mia madre nessuno aveva mai raccontato la storia di suo padre. Tornati al paese natale: Dumenza, presso Luino, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, mia madre si rese conto che incredibilmente al paese la chiamavano "Giocondina". Chieste spiegazioni in casa le fu raccontato, con una certa reticenza tutto quello che era accaduto trent'anni prima".
E ancora dopo anni, un vecchissimo compagno di lavoro del Peruggia a Parigi si decise a parlare.
La storia è questa.
C'erano molte, strane per allora, signore inglesi che volevano conoscere Vincenzo, verso il 1912, nella capitale francese.
Anche se in realtà non si sapeva nulla di certo, si era propagata la storia che tra i restauratori presenti al Louvre, quel fatidico 21 Agosto 1911, giorno del furto, qualcuno potesse raccontare... e probabilmente qualcuno parlò.
Tra gli inglesi che, come sappiamo, sono abilissimi nel risolvere casi di questo genere, si diffuse la voce che Vincenzo Peruggia era colui che comunque più sapeva.
Convocato in gran segreto presso l'Ambasciatore d'Inghilterra a Parigi, gli fu fatta una proposta, che a lui e ancora a noi oggi, se non fosse lo stesso nipote a raccontarcela, ha dell'incredibile.
In poche parole fu chiesto senza mezzi termini all'incredulo imbianchino di Dumenza, emigrato in Francia, di portare "quello che aveva da mostrare" a Buckingham Palace. Il re Giorgio V e la regina Mary, graziosamente si degnavano di ricevere in forma strettamente privata, anzi segreta, l'Ambasciatore insieme a questo piccolo, imbarazzatissimo e quasi esterrefatto italiano, che dalla famosa scatola, da cui non si separava mai, avrebbe estratto quello che conteneva, per mostrarlo ai regali e altrettanto increduli, ma incuriositi e alla fine misteriosamente abbagliati occhi. In quel salotto del Palazzo Reale Peruggia espose il suo "tesoro".
Il re e la regina avrebbero così avuto come si dice, in visione privata, e segretissima, quello che tutto il mondo avrebbe poi ritrovato dopo un anno.
Assurdo? Incredibile? Romanzesco o romanzato? Forse.
Ma il vecchio imbianchino amico di Peruggia era testimone dell'epoca; il fatto che poi lo stesso Vincenzo non abbia mai raccontato, nemmeno in famiglia, neanche alla moglie l'episodio, serbandolo piuttosto per sè, gli dà un alone di veridicità, lo rende credibile.
Immaginiamoci la scena: il giovane artigiano negli austeri saloni del palazzo di fronte agli ancora più austeri sovrani inglesi, che all'epoca non brillavano certo per affabilità; e poi l'ancora pi impettito Ambasciatore; infine quella scatola bianca dai panni sporchi mai tolti nemmeno per l'occasione. E la Gioconda.
Altro che "Codice Da Vinci", fantasia alla Dan Brown. Questi sono ricordi di un vecchio imbianchino al nipote di un amico.
Poi la storia che tutti sanno. Peruggia, che si firma Leonard scrive all'antiquario Geri di Firenze.
Vuole riportare a casa colei che nella capitale dell'arte era nata, sposata, ritratta, vissuta e morta.
Nel 1913, con quello che si chiamava fervore patriottico, e che forse era soltanto un pretesto per sminuire il furto, vuole riassicurare all'Italia quello che lui pensava, Napoleone aveva sottratto.
Non sapeva che il grande Corso, che in realtà La Gioconda se la ritrovò come retaggio della vecchia casa reale di Francia, anche lui l'aveva amata e la voleva nella sua propria stanza da letto, così come aveva fatto il Re Sole e molti sovrani francesi prima di lui.
Infine il ritrovamento; ma questo, come detto, è un racconto che tutti sappiamo.
La scatola bianca nella stanza 20 dell'albergo Tripoli Italia. Per le strade di Firenze quel giorno si canta "Tripoli bel sol d'amore" e al terzo piano il piccolo imbianchino si separa per sempre da quell'immagine di donna fiorentina che lui, più di chiunque altro, più di Napoleone, più dei Re di Francia, da Francesco I, che l'aveva per primo avuta in avanti, più di Francesco del Giocondo che l'aveva voluta, più di Leonardo stesso; lui, Leonard, ingenuo ladruncolo non di professione del XX secolo, più di tutti in assoluto l'ha avuta vicino.
Non voglio rivalutare Vincenzo Peruggia, al di là del fatto della grande simpatia del nipote Silvio, che nemmeno lui vuole dare giustificazioni.
Mi limiterò a due considerazioni conclusive. Vero ladro forse non era; ha agito ingenuamente, non da vero professionista del furto, magari un po' sconsideratamente e anche potendo farlo non mai ha lucrato sull'episodio, in seguito, con memoriali o interviste.
E infine avrebbe anche potuto usare l'ostaggio come arma di ricatto, come si farebbe oggi. In definitiva, trovandosi la invendibile e scottante, scusatemi il termine dissacratorio "patata bollente", non avrebbe potuto distruggerla?
Con le conseguenze per il mondo dell'arte, per il mondo, che possiamo immaginare.
Forse affetto da una sindrome di Stoccolma all'incontrario questo incolto e forse un po' romantico giovane di Dumenza, si sarà un po' innamorato del suo ostaggio.
E' bello credere che per salvare la sua prigioniera si sia quasi consapevolmente messo in condizione di sacrificare se stesso.
E' comunque bello pensarlo questa vigilia di Pasqua nella stanza 20 dell'hotel che dall' illustre prigioniera prende il nome.
Ancora una cosa è certa: se prima la Gioconda era il quadro pi famoso del mondo, dopo il furto è diventata un'icona planetaria, assoluta.
Come sempre è bastato un fatto di cronaca per elevare l'opera d'arte a oggetto di curiosità, di morbosa attenzione, di culto.
Da allora dunque Monna Lisa da opera d'arte è stata elevata ad idolo.
Il giovane imbianchino in fondo le ha reso un servizio. Qui, in Via Panzani, finiva la sua storia.
Da allora è iniziato il mito.
Domenico Savini - dall'Hotel La Gioconda a Firenze.

